Quando avevo circa venticinque anni mi fu offerta una borsa di studio presso un laboratorio in Inghilterra.
Partii con una malcelata incoscienza e un falso entusiasmo ma appena arrivai lì avvertii subito che era stato un errore. La mia millantata conoscenza dell’inglese si rivelò subito come un ostacolo alla possibilità di lavorare in team, l’odore della cucina inglese mi pareva nauseabondo, lo spazio angusto della mia residenza in un residence per studenti insopportabile e per di più l’importo della borsa di studio tradotto in sterline era ai limiti della sopravvivenza. Un susseguirsi di telefonate per spiegare le mie ragioni e nel giro di poche ore decisi di tornare. Presi il biglietto per il primo aereo utile per rientrare a casa e, due giorni dopo la mia partenza, ero di nuovo a casa. Ancora oggi rivivo quei momenti come una piccola sconfitta, una debolezza, una incapacità di sfruttare l’occasione che la vita mi stava offrendo di fare un salto, un’avventura, una esperienza ma tuttora non ne sono pentito. Lo rifarei, in quelle condizioni, allora non ero pronto.
Sarà per questo che oggi ho difficoltà a trovare gli argomenti per tranquillizzare G. che è partito per il Canada per uno stage di lavoro. Una opportunità dopo che si è arenato nei suoi studi scelti senza troppa convinzione. Certo gli argomenti non mancano, soprattutto le differenze, prima fra tutte la rete internet che ti consente di stare in contatto in ogni momento e con chiunque. Ma lo so che è dura lo stesso.